Afghanistan, guerra di pace?

Suona strano accostare la parola guerra alla parola pace, soprattutto se non si sta parlando di un qualcosa che ha come conseguenza l’altra. Non è proprio questo il caso, infatti la missione in Afghanistan pare sia molto lontana dagli intenti pacifisti. Il conflitto iniziato nel 2001, dopo l’attentato al World Trade Center che distrusse le Twin Towers, aveva come scopo la cattura di Osama Bin Laden e far rientrare il fenomeno terroristico talebano. La guerra fu la risposta del governo Bush, all’ attentato che distrusse l’America, non al livello strutturale ma emotivo. Fino a quel momento gli Stati Uniti sembravano un colosso talmente grande e forte, che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di attaccare. Ma non fu cosi e lo sappiamo tutti. Fu un colpo molto forte, che segnò anche quei paesi che sono alleati dell’America, nel dolore e nel cordoglio di quei corpi che per la disperazione si buttavano dalle Torri Gemelle per morire subito e non agonizzare. Quelle immagini colpirono il popolo americano e il mondo intero terrorizzandolo, insinuando il dubbio che un attentato analogo poteva ripetersi ovunque e in qualsiasi momento, indicando in modo preciso i colpevoli, i talebani. E’ ovvio che un paese militarizzato come l’America avrebbe risposto all’11 settembre con un conflitto armato, meno ovvio è che questa situazione duri ancora oggi, anche dopo la morte di Bin Laden, giustificando il tutto con la parola pace. Le posizioni del governo italiano, Governo Berlusconi II, in merito furono di appoggio all’America e i costi della guerra dal 2001 a oggi sono cresciuti in modo esponenziale. Viene da pensare che un conflitto che dura da undici anni, si sia protratto cosi tanto non perché realmente ce ne fosse bisogno, ma perché dietro ci sia un vero e proprio business. Ne parla infatti Francesco Vignarca di Emergency, in un video riferisce che le spese militari mondiali in questi ultimi dieci anni sono cresciute del 50%. Facendo una piccola ricerca sui costi che ha dovuto sostenere l’Italia si può constatare che sono stati investiti solo nel 2011 circa 650 milioni di euro, per coprire le spese dei 4.200 soldati italiani presenti in Afghanistan e per acquistare 750 mezzi terrestri tra carri armati, blindati, camion e ruspe, 30 velivoli di cui 4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco, 4 da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe e 4 droni. Per un paese in crisi economica e che ripudia la guerra sono grosse cifre, soprattutto se pensiamo che si riferiscono alle spese di un solo anno. Ma questa è solo una faccia della medaglia, quella economica. Un altro aspetto inquietante di questo conflitto è l’assenza di umanità, il fatto che un uomo diventi un bersaglio da distruggere per l’ipotetica difesa della patria. Questo aspetto può conferire a un militare un senso di potenza che è in grado di destabilizzare definitivamente delle menti già instabili. Naturalmente è un discorso che non vale per tutti i militari, ma che vale per molti. A dimostrarlo varie testimonianze, come ad esempio un video in cui un pilota U.S.A. mentre bombarda il suo bersaglio, un uomo che cammina per strada, intona le note di “Bye, bye miss American  Pie” e secondo alcune fonti la vittima era un contadino intento a piantare dei semi. Che dire del dialogo su facebook, che tanto ha dato da discutere, nel quale degli aspiranti militari italiani chiamandosi con l’appellativo “camerata” si promettono a vicenda di diventare sterminatori di talebani al motto “un buon mussulmano è un mussulmano morto”. Non è rispettoso e non è umano, chi è in grado di scrivere cose simili con un’arma in mano può essere molto pericoloso. Molti hanno criticato anche le dure tecniche di interrogatorio organizzate dalla C.I.A. Operarono in una prigione segreta a Kabul bypassando la convenzione di Ginevra e ogni regola del diritto internazionale umanitario. Tali tecniche consistevano nel percuotere il detenuto, incatenarlo in posizione eretta, bagnarlo con acqua e praticare il waterbording che consiste nel versare acqua sulla faccia dell’interrogato fino a fargli credere di stare per affogare. Per non parlare dei militari che partono vivi e tornano in una bara coperta da una bandiera, per un conflitto che ancora oggi si ha il coraggio di definire guerra di pace. Dopo tutto questo credo che sia ovvio a tutti che di pace proprio non si possa parlare e che dietro alla guerra in Afghanistan, ci siano interessi economici molto più grandi del valore di qualsiasi vita umana.

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